Punire non serve a nulla, intervista al pedagogista Daniele Novara.

punireCare mamme, cari genitori,

Mammaiutamamma ha intervistato Daniele Novara, pedagogista, autore del libro, Punire non serve a nulla. L’articolo e l’intervista sono a cura della mamma del network Costanza Amoruso,  musicoterpista e laureanda in scienze dell’educazione.

“Essere genitori ai giorni nostri non è cosa facile: abbiamo evidentemente e finalmente, direi, abbandonato i paradigmi educativi autoritari del passato, superato il vecchio sistema normativo, partecipiamo ad una modificazione continua della struttura familiare.

Mai come oggi i genitori sono orientati a fare di tutto per far crescere bene i propri figli, per farli stare al centro delle loro attenzioni, per questo è forte il fermento innovativo verso nuove forme di educazione e nuovi disegni relazionali con i propri figli; ma grande è anche la confusione e forte la possibilità di cadere in errori dovuti al vacillare tra tendenze educative innovatrici e vecchi modelli che ancora ci appartengono.

I genitori, avendo ormai nettamente rifiutato i principi autoritari e violenti di prassi educative passate, si trovano in un impasse e sperimentano cercando consigli, improvvisando nuove tecniche educative.

Anche la scuola italiana descrive esattamente questa fase di passaggio: passiamo da scuole prive di spazi esterni se non angusti cortili in cemento, alla moda delle scuole nel bosco, da maestre vecchio stampo diplomate decine di anni fa alle scuole magistrali che elargiscono punizioni, valutano numericamente ogni apprendimento dei bambini, escogitano tecniche più o meno coercitive e punitive per far tacere i bambini , impiegano tutte le loro energie per mortificare quei corpi in continuo movimento, a maestre magari laureate, che concepiscono il corpo dei bambini come risorsa e mezzo di apprendimento cognitivo, sociale ed emozionale, che lavorano usando tecniche creative, che propongono lavori di gruppo, che educano all’ascolto reciproco e all’empatia.

I genitori si immolano per i figli, adattano a loro i tempi della vita quotidiana, abbandonano i loro interessi per seguire quelli dei figli, costruiscono una vita bambino centrica: ma questo ha spesso effetti paradossali, disastrosi per la vita sia dei genitori che dei figli. Bambini tiranni che non tollerano la minima frustrazione da una parte e genitori vessati dai figli dall’altra.

Daniele Novara, uno dei più autorevoli pedagogisti italiani, fondatore del CPPP Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti e responsabile scientifico della della Scuola Genitori, nei suoi tre bestseller, Urlare non serve a nulla, Litigare fa bene e Punire non serve a nulla, sembra proprio avere l’intento di accompagnare i genitori in questo periodo di disorientamento e confusione e di fargli recuperare il significato del loro compito educativo.

Novara spiega che le urla, le punizioni, i castighi non sono pratiche utili, anzi, sono controproducenti e ci spiega come è possibile farne a meno. Costruendo delle relazioni profonde e forti con i nostri figli, basate sull’ascolto e sulla condivisione, è possibile creare un ambiente familiare dove non ci sentiamo costretti a ricorrere alle punizioni.

Forse ci verrebbe da dire: “é facile da dire … ma quando proprio non ti ascoltano, devi ripetere mille volte le cose … ti rispondono male … io urlo e lo metto in punizione!” Ma se ci fate caso i bambini più puniti sono i bambini più “monelli”… e allora dobbiamo capire se nasce prima l’uovo o la gallina …

Io non penso che la risposta sia banalmente quella che i più monelli sono i più puniti perché hanno più motivi per esserlo. Io penso che dobbiamo provare ad uscire dal binomio figlio monello-punizione ed inserire nel discorso il tema della relazione educativa ed affettiva tra il bambino ed il genitore e cominciare a chiederci:

Lui, il figlio monello, non ci ascolta … ma noi lo ascoltiamo? Lui si sente ascoltato da noi?”

Lui, il figlio monello, non rispetta le regole … ma sono regole adatte alla sua età? Sono regole che abbiamo condiviso con lui?”

Lui, il figlio monello, ci risponde male … semplicemente … perché? Forse ci sta punendo di qualcosa che secondo lui abbiamo sbagliato?”

Lui, il figlio monello, conduce una vita adatta alla sua età ed alle sue esigenze fisiologiche ed affettive?”

Vale per tutti, ma probabilmente ancora di più per i bambini: il comportamento è comunicazione. La comunicazione va letta, va interpretata e gli va data una risposta che sia il più possibile congrua con la richiesta.

Daniele Novara spiega passo dopo passo come creare un ambiente familiare in cui punire non sia più necessario, partendo da alcuni semplici punti di base: costruire il corretto gioco di squadra fra genitori; adattare richieste e indicazioni all’età dei figli, dall’infanzia all’adolescenza; dare un sistema di regole chiaro e trasparente; stabilire la giusta distanza relazionale. Perché con una buona organizzazione, educare senza punizioni si può, facendosi ascoltare davvero dai figli e costruendo con loro un rapporto forte e profondo.

Ecco allora come risponde alle nostre domande:

Il suo libro Punire non serve a nulla è il terzo manuale di un percorso iniziato con Urlare non serve a nulla e Litigare fa bene. Da tecnico invita genitori ed educatori a organizzarsi bene e agire strategicamente a seconda dell’età evolutiva dei bambini/ragazzi evitando il coinvolgimento emotivo e allora le chiediamo:

Quale sono le migliori strategie per non cadere nella trappola emotiva e maturare il distacco che spesso manca ad un genitore? La strategia migliore è quella del gioco di squadra, su cui indubbiamente siamo ancora molto carenti. A volte i genitori tra di loro enfatizzano l’elemento emotivo, un genitore aggredisce il figlio trasformandolo in un colpevole e l’altro genitore accentua ulteriormente questo tipo di dinamica psico-emotiva piuttosto tragica per un figliolo, quindi a volte il gioco di squadra c’è ma purtroppo nella logica sbagliata, ossia quella dell’enfasi emotiva: “sei cattivo, anche il papà te lo dice…vero papà? … Si, è cattivo!”… in questo modo non si va da nessuna parte. Il gioco di squadra deve essere viceversa in funzione di mettere dei paletti dal punto di vista dell’organizzazione educativa perche è ciò che manca alla cultura italiana; di emozioni ne possiamo esportare fino in Australia ma l’ organizzazione è proprio una nostra carenza anche un po’ antropologica. I figli fanno le spese della nostra mancanza di organizzazione e in questo momento la fragilità emotiva dei genitori italiani lascia delle tracce estremamente critiche. Ogni giorno i giornali ci rimandano qualcosa di particolarmente problematico, oggi per esempio tutti i giornali riportano il fatto che fino a 35 anni 2 figli su 3 sono ancora in casa, anche se lavorano; I sociologi “allineati” ci raccontano che il problema è delle case che sono poche e che costano molto ma è una stupidaggine, perché gli italiani hanno tantissime case, abbiamo l’indice maggiore di tutto il mondo di rapporto tra abitazioni e popolazione invece il problema è educativo. Continuando a trascurare l’educazione dei figli, delle scuole e degli insegnanti stiamo creando un vuoto che poi riempirlo sarà sempre più difficile. I genitori sono soli nella loro fragilità, la società non se ne occupa, abbiamo 12 milioni di genitori in difficoltà.

Che differenza c’è tra una regola e una punizione?
Parlare di differenza tra regola e punizione è come parlare della differenza tra l’acqua e il fuoco. Una differenza proprio ontologica, direbbero i filosofi. Allo stesso tempo capisco la sua domanda in quanto la confusione è totale. Qualche giorno fa una mia amica giornalista mi ha detto: ” Daniele, ho letto il tuo libro però ogni tanto noi gli togliamo il giochino elettronico, le ho detto “ascolta, se gli togli il giochino elettronico non è che stiamo parlando di una punizione, stiamo parlando di una regola” . Facciamo attenzione, se chiediamo ad un adolescente di sistemarsi non tutta la sua stanza ma almeno il suo letto non stiamo parlando di una punizione; se chiediamo ad un bambino di 10 anni di aiutare la mamma e fare qualche lavoretto in cucina, mettere ordine o andare a fare la spesa non stiamo parlando di una punizione, stiamo parlando di procedure che appartengono alla legittima autonomia dei bambini e dei ragazzi. Appare piuttosto originale che dopo essere stati eccessivamente concessivi e consumistici, improvvisamente ci ricordiamo che abbiamo sbagliato e allora proponiamo una regola giusta come punizione, questo è veramente il modo errato, è come dire ad un adolescente: “ecco, per punizione vai a fare un campo di lavoro estivo!” capisce che è un errore perché il campo di lavoro estivo è un valore, ha un valore in se , non può essere una punizione.


Qual è il progetto di Scuola Genitori e del suo Centro rispetto al progetto educativo, d’istruzione nazionale?
La scuola genitori sopperisce a quello che dovrebbe essere una linea di lavoro istituzionale, ossia, come dico sempre nelle mie conferenze, bisognerebbe che quando una mamma esce dal reparto di ostetricia, con il suo pargolo appena nato, le venisse dato, a lei e alla famiglia, non semplicemente una serie di prodotti di marketing ma anche un libretto delle istruzioni dal punto di vista educativo. L’educazione è la cosa più importante: per esempio sapere come e quando gestire il processo di autonomia sfinterica (togliere il pannolino), è importantissimo, se un genitore sbaglia e toglie il pannolino di giorno e non di notte , il pannolino può restare fino a 7-8 anni. Se un genitore toglie il pisolino a 3 anni solo perché la moda è questa, poi si trova in prima elementare un bambino che ha dormito pochissimo nei due anni precedenti, che è fuori uso, non riesce a reggere la scuola o viceversa la regge perché tanto la scuola chiede sempre pochissimo ma è sempre in crisi, sempre distratto, in difficoltà sui processi di apprendimento. Se un bambino di 2 anni trascorre 2 ore al giorno davanti ai video schermi non possiamo pretendere che poi impari a parlare correttamente perché le ricerche sono implacabili, tutto questa invadenza tecnologico digitale sta creando ritardo nel linguaggio, così come sta creando ritardi nel sistema dell’apprendimento del leggere e scrivere l’utilizzo precoce della tastiera. La scuola genitori fa questo, a fronte di una situazione di totale trascuratezza del bisogno dei genitori di avere informazioni, non consigli, noi non diamo consigli, ce ne guardiamo bene, non abbiamo nessuna pretesa di dare consigli, ma di dare quelle informazioni che salvano la vita dei nostri figli.”

Ringraziamo il professor Novara per il suo impegno e la sua disponibilità e Costanza Amoruso per il suo contributo alle riflessioni del network,

Stay Tuned!

Campagna Nastro Rosa, il Presidente della Lega Tumori, Francesco Schittulli, risponde alle domande del network

campagna-nastrorosa

Care mamme, cari genitori,

Il presidente nazionale della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, Francesco Schittulli, risponde alle domande del network sulla campagna nazionale Nastro Rosa.

Nastro Rosa, da 19 anni, rappresenta il contributo significativo della LILT per diffondere la cultura della prevenzione del tumore al seno. Per tutto il mese di ottobre 395 punti Prevenzione/Ambulatori LILT, la maggior parte dei quali all’interno delle 106 Sezioni Provinciali, sono a disposizione per offrire alle donne visite senologiche ed esami strumentali, dare loro utili consigli, materiale informativo-scientifico, e aiutarle a meglio capire come prevenire, scoprire, curare e vincere la malattia.

Secondo la ricerca condotta da AIOM, AIRTUM, I numeri del cancro in Italia 2015, il tumore della mammella è il più frequentemente diagnosticato nella donna (29% di tutti i tumori), seguito dai tumori del colon-retto (13%), del polmone (6%), della tiroide (5%) e del corpo dell’utero (5%). Ed è l’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) ad indicare nei tumori la seconda causa di morte (29% di tutti i decessi), dopo le malattie cardio-circolatorie (38%).

 In Italia, la sopravvivenza media, a cinque anni dalla diagnosi di un tumore maligno, è del 57% fra gli uomini e del 63% fra le donne. La sopravvivenza è aumentata nel corso del tempo e migliora più ci si allontana dal momento della diagnosi. È particolarmente elevata la sopravvivenza dopo un quinquennio in tumori come quello del seno (87%) e della prostata (91%), ed è fortemente influenzata da due strumenti: la diagnosi precoce e la terapia. Screening e terapie oncologiche basate su innovativi farmaci a bersaglio molecolare hanno aumentato le probabilità di cura. La sopravvivenza “libera da malattia” a cinque anni dalla diagnosi è un indicatore ampiamente entrato nell’uso comune.

Per conoscere giorni e orari di apertura dell’ambulatorio LILT più vicino, in cui effettuare visite ed anche esami di diagnosi precoce e controlli, si può chiamare il numero verde SOS LILT 800-998877 o visitare il sito.

Presidente, innanzitutto da donna, la ringrazio per l’impegno e per il lavoro che fate per tutte noi,

La LILT realizza questa campagna da 19 anni, quali sono i risultati raggiunti?

Il contributo significativo per diffondere la cultura della prevenzione. L’incremento dell’incidenza del tumore al seno ci dice che ogni anno si ammalano circa 50.000 donne italiane, il 30% di tutti i tipi di cancro al seno si registra al di sotto dei 50 anni, ma a fronte della crescita del numero di donne colpite dalla malattia, c’è la diminuzione del tasso di mortalità.

Abbiamo riportato il tasso d’incidenza del tumore al seno nelle donne (29%), perchè è così alto, e perchè colpisce donne sempre più giovani?

Per due ragioni principali, perchè sono aumentati i fattori di rischio (alimentazione, tabagismo, diabete, ipertensione) ed è aumentata l’aspettativa di vita. E’ aumentato il numero di donne giovani che colpite dal tumore al seno perchè sono aumentati i fattori di rischio. Noi oggi viviamo in un contesto di elementi che vanno ad alterare, modificare i nostri geni fino allo sviluppo del cancro, alimentazione, tabagismo, sedentarietà, una vita senza regolare impegno fisico, il diabete, l’ipertensione, il sovrappeso si moltiplicano in maniera esponenziale a far crescere la possibilità di sviluppare un cancro al seno. Non dimentichiamo anche una percentuale, seppure relativamente bassa, dell’8%-10% di una predisposizione familiare. A tanto poi aggiungiamo che abbiamo registrato una sorta di rivoluzione nell’ambito dell’attività riproduttiva della donna. La donna oggi ha il menarca in età molto precoce a 9, 10, 11 anni e va in menopausa in età molto tardiva dopo i 50 e i 55 anni, questo significa che si è allungato il periodo della fertilità e noi sappiamo che il seno è un organo ormone-dipendente, quindi c’è una tendenza ormonale a sviluppare questa malattia. Non solo ma le nostre donne, mentre ieri si sposavano in età molto giovanile a 20-25 anni, oggi si sposano dopo i 30-35 anni. Ieri il numero delle gravidanze era piuttosto ampio, la prima gravidanza era in età giovanile, oggi invece il numero delle gravidanze si è molto assottigliato, l’età invece è aumentata, si partorisce per la prima volta in età piuttosto matura. Ieri le nostre madri, le nostre nonne usavano questo organo proprio per la sua funzione principale, che dopo quella sessuale, era l’allattamento, oggi questo registra una sensibile riduzione, se non addirittura una scomparsa. La donna in un certo senso ha messo in disuso questo organo, non facendogli più svolgere la propria funzione, questo è deterrente per lo sviluppo di una patologia seria come il cancro.

Quali sono le percentuali di sopravvivenza?

Oltre l’80%, è molto importante disporre di una diagnosi precoce. Se è vero che ci si ammala più di cancro è vero anche che si muore meno e questo per 3 motivi: il primo è che noi oggi disponiamo di una diagnostica strumentale molto più attenta, più precisa, più sofisticata, assistiamo ad una rivoluzione continua dell’imaging quindi oggi riusciamo a tagliare, sezionare, fettina per fettina questo organo cosa che ci permette di scoprire un cancro, quando questo cancro non abbia superato addirittura mezzo centimetro, quando vi siano delle lesioni addirittura millimetriche, 3-4-5 millimetri, scoprire il tumore in questa fase significa guarire, garantire la guaribilità della malattia nei confronti della donna, perchè il tumore ha un grado di aggressità, un indice di malignità molto basso e il processo di metastatizzazione che può diffondersi in altri organi e apparati, è pressoché nullo. Diventa quindi una forma incentivante per la donna sottoporsi ai controlli perchè se dovesse scoprire un cancro in questo caso non è solo aggredibile, ma addirittura guaribile senza deturpare questo organo. E’ un organo nobile, simbolo della femminilità, era considerato anche l’organo deputato alla continuità della specie umana attraverso l’allattamento, senza essere deturpato, ma con interventi sempre più conservativi, così da rispettare anche l’aspetto estetico. Diventa sempre più stimolante per una donna sottoporsi a questi controlli. Oggi poi disponiamo di farmaci intelligenti, farmaci a bersaglio e poi si sta creando questa cultura della prevenzione, proprio perchè la donna sa che cancro al seno non è più sinonimo di morte, di sofferenza, dolore, perdita degli affetti, ma che può davvero venirne fuori e può trattarla, così in seguito negli anni, come si tratta una malattia cronica, come si tratta il diabete.

L’Istat rileva che il tumore è la seconda causa di morte nel nostro paese, possiamo definirla la malattia principale del nostro secolo?

Il cancro in generale è la seconda malattia come causa di morte anche se ripeto si muore sempre di meno di cancro, anche se sta aumentando e questo è legato naturalmente allo stile di vita. A partire dall’alimentazione, la lotta al tabagismo, al buon senso che ognuno deve avere, alla regolare attività fisica, questi naturalmente sono elementi che allontanano la possibilità di sviluppare un tumore.

Quante donne, durante la campagna, si rivolgono a LILT per controlli o informazioni sul tumore al seno?

Sono decine di migliaia, per non parlare di centinaia di migliaia che complessivamente nel Paese si rivolgono a noi ma questo perchè sono circondate da altre donne che hanno vissuto questa esperienza di tumore al seno. Non dimentichiamo questo problema che io metto all’attenzione, il primo ho detto è quello dell’età giovanile che si sta abbassando, la seconda cosa è che noi dobbiamo prenderci cura delle donne che hanno vissuto questa esperienza cancro senza lasciarle abbandonate a se stesse, ma neppure senza accanirsi con controlli, follow up spesso inutile, dannoso, altrimenti non vengono mai fuori, nemmeno dal punto di vista psicologico, da questa malattia. Ricordiamo che questa è una malattia destabilizzante sotto l’aspetto psichico e psicologico ed è importante saper dosare il comportamento degli operatori sanitari nei confronti queste donne che non sono poche centinaia, oggi abbiamo oltre 700 mila donne italiane con il cancro al seno e l’anno prossimo saranno 750 mila perchè ci saranno le 50 mila di quest’anno e nel 2018 saranno oltre 800 mila le donne italiane che avranno vissuto l’esperienza cancro al seno, quindi bisogna porre attenzione anche nei confronti di questa fascia larga, sempre più larga di donne. La problematica che abbiamo è quella di garantire servizi omogenei su tutto il territorio nazionale, di comportamento e diagnosi precoce, mi riferisco naturalmente agli screening, non è possibile che vi siano delle regioni penalizzate per una disorganizzazione sanitaria o per l’insipienza istituzionale. E’ necessario uniformare il Servizio Sanitario Nazionale ed è necessario anche garantire a tutte le donne italiane l’equo trattamento, la parità anche di qualità delle prestazioni, attraverso lo screening noi riusciamo a garantire la guarigione.

Abbiamo scritto che diagnosi precoce e terapia sono i migliori alleati per combattere e sconfiggere le malattie, ci può dare il suo messaggio per le donne che non si sono ancora rivolte a voi?

La diagnosi precoce è l’arma efficace contro il cancro, quando parliamo di terapia c’è la malattia. Intanto dobbiamo rivolgerci anche al mondo della scuola nel senso che dobbiamo ripristinare, questo è un sogno, l’ora di educazione sanitaria, dovrebbe entrare nelle scuole e per quanto riguarda lo specifico del tumore al seno rivolgersi alle nostre ragazze di 16,17,18 anni, dell’ultimo biennio anni di scuola media superiore, per insegnare loro l’autopalpazione, non perchè debbano farsi diagnosi di cancro, ma per acquisire quella forma di coscienza, di sensibilità, di conoscenza del proprio seno in maniera tale da poter un domani avvertire qualche anomalia, qualcosa di diverso rispetto ai mesi precedenti in cui si è controllata. Questo perchè oltre il 35% delle donne italiane arrivano quando si è formato questo nodulo, dobbiamo riconoscerlo il prima possibile, ma nel frattempo è una forma educativa, informativa per la donna, come diciamo alle nostre ragazze che dopo il primo rapporto debbono fare il pap test e farsi vedere dal ginecologo, la stessa cosa deve accadere per il seno. Le donne devono quindi eseguire questo esame, mensilmente, 5 minuti al mese, a questo le donne giovani tra i 25 e i 30 anni devono aggiungere annualmente una ecografia con visita senologica, vanno aggiunti a partire dai 40 anni anche annualmente, vita natural durante, una mammografia all’ecografia e alla visita senologica.

Grazie Presidente, e allora donne, grazie a una corretta prevenzione, questa malattia si può combattere e vincere! Non rinunciamo e non dimentichiamoci i controlli!

Stay tuned!

Mammaiutamamma.it

Mio figlio scrive male: è un problema? Le disgrafie nei bambini e negli adolescenti

 

SerenaDomande di una mamma a Serena Baldassarre, educatrice della scrittura, counsellor relazionale, grafologa.

La mamma e il papà di un bambino che frequenta la scuola primaria, specialmente dal terzo anno in poi, ricevono dall’insegnante giudizi poco buoni sul suo rendimento scolastico. In particolare lamentano che scrive male, in modo illeggibile, lentamente, e non riesce a tenere il ritmo del dettato. In effetti, i quaderni del bambino sono molto disordinati; la scrittura non segue le righe, le lettere sono molto irregolari nelle proporzioni e nelle forme. Quando si tratta di fare i compiti a casa, per lui è come il fumo agli occhi mettersi a scrivere un riassunto o anche un problema, con le cifre che non stanno bene in colonna, nelle operazioni. Il tutto è una tortura! E ciò accade dopo che nei primi due anni di scuola, il bambino ha ricevuto l’insegnamento di base della scrittura.

Scrittura di un bambino di 8 anni

Scrittura bambino 8 anni
Scrittura bambino 8 anni

 

Il percorso scolastico e le capacità del bambino non sono allineati: è una questione di didattica o di apprendimento? Come regolarsi?

Da quanto ho visto nella mia esperienza, aggiungo che spesso una cattiva scrittura porta con sé altre difficoltà a catena, per il bambino: disaffezione allo studio, alla scuola, all’insegnante; concentrazione e motivazione che scadono rapidamente; sicurezza di sé in pericolo. Di conseguenza, peggiorano le relazioni tra il bambino e il suo ambiente (genitori, insegnanti, compagni). Tutto questo insieme crea una vera situazione problematica e si rischia di perdere la bussola. Che cosa sta succedendo?

I genitori si imbattono spesso in queste domande e non sanno valutare se una cattiva scrittura che si afferma è un problema che richiede attenzione, oppure che si risolverà da solo, con il passare del tempo e la crescita del bambino. Spesso non sanno a chi rivolgersi per capire: a volte l’insegnante rileva solo il problema ma, anche lui, non ne ha una conoscenza sufficiente ad orientare i genitori. Sorge il dubbio che debba intervenire il medico, il neuropsichiatra infantile, precisamente. E così ci si dibatte tra il non saper che fare e aspettare, e il fare troppo, sottoponendo in questo caso il figlio a impegnativi ed estenuanti esami di valutazione neurologica, forse inutili. Nei casi descritti sopra, il primo passo da fare è domandarsi se vostro figlio sia disgrafico.

Che cos’è la disgrafia? Si manifesta con una scrittura troppo difficoltosa, lenta e maldestra rispetto all’età del bambino. Fa parte del gruppo dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) che si manifestano nell’età evolutiva e riguardano circa il 17% della popolazione italiana in età scolare. Riguarda quindi sia i bambini, sia i pre-adolescenti e gli adolescenti. Nella mia esperienza, tratto anche ragazzi che frequentano la scuola media, sia inferiore che superiore.

Scrittura di un ragazzo 12enne

Scrittura ragazzo 12 anni
Scrittura ragazzo 12 anni

 

I DSA comprendono disturbi diversi che possono comparire isolati o combinati (dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia). Sono stati regolati dalla legge 8 ottobre 2010 n. 170 (nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico). Sono definiti ‘specifici’ perché riguardano solo un ambito di capacità strumentali in presenza di facoltà intellettive e sensoriali normali. Possono essere risolti con buoni esiti mediante un intervento di riabilitazione, eseguito da professionisti.

Chi può rilevare una disgrafia? In genere, sono gli insegnanti a segnalare il problema. Se sono informati sui DSA e sulle professionalità competenti, possono indicare ai genitori di rivolgersi ad un rieducatore della scrittura.

Chi è il rieducatore della scrittura? È un professionista formato per rilevare e trattare la disgrafia con un intervento di recupero delle capacità di scrittura e anche del gusto di scrivere. La scrittura riveste una funzione strumentale di comunicazione ma anche una, psicologica, di espressione di sé. In base alla sua osservazione del bambino, anche mentre scrive, e dei suoi quaderni, il rieducatore può rilevare se ci sia disgrafia e di che entità (lieve, grave). Di seguito può proporre ai genitori un percorso di rieducazione in cui poter ristabilire, insieme al bambino, un gesto grafico corretto e corrispondente alla sua situazione psico-fisica.

La diagnosi medica è sempre consigliata? Nei casi gravi o complessi, lo stesso rieducatore consiglia i genitori di far eseguire una diagnosi di competenza sanitaria. Questa serve proprio ad escludere patologie e disturbi che possono accompagnare la ‘cattiva scrittura’, come ad esempio la dislessia, un disturbo della visione ecc. Diverse strutture pubbliche si sono attrezzate per questo compito, anche se i tempi di attesa possono essere lunghi. La diagnosi è comunque consigliata nei casi complessi per poter valutare con quale tipo di intervento ‘attaccare’ il problema: logopedia, optometria, psicomotricità, ecc., prima di una rieducazione della scrittura.

Che cos’è la rieducazione della scrittura? È un metodo di recupero e stabilizzazione del gesto grafico che fa riavvicinare il bambino ad una scrittura sua, ‘sostenibile’ e personale, che gli ridà la soddisfazione perduta o mai raggiunta. Si attua mediante attività e tecniche diverse (di movimento, di espressione, di disegno o pittura, di scrittura), ideate con creatività e metodo dal rieducatore, seguendo un percorso di ricostruzione progressiva sia della capacità tecnica che della sicurezza di sé. L’ingrediente principale di questa relazione d’aiuto è la fiducia che il bambino ripone nel rieducatore. Conquistarsi questa fiducia è il primo obiettivo del buon rieducatore.

Aspettiamo i vostri commenti. Se i temi di questa intervista vi suscitano curiosità, possiamo aprire una rubrica per continuare il dialogo con successivi argomenti e interventi. Siete quindi invitati a segnalarci le vostre esperienze, difficoltà e richieste di approfondimento. Noi abbiamo in mente alcuni temi della crescita dei nostri figli (il linguaggio, la psicomotricità, le disabilità in famiglia) ma aspettiamo anche le vostre proposte.

Se volete rivolgere qualche domanda all’esperta di disgrafie, potete scrivere al nostro sito specificando se la risposta può essere pubblica oppure preferite ottenerla in privato. In tal caso, indicate la vostra mail.”

Stay Tuned!
info@mammaiutamamma.it

2 ottobre festa dei nonni custodi dell’infanzia

cropped-mam_logo1.jpgCari genitori,

il network fa gli auguri a tutti i nonni, angeli custodi della famiglia e a conclusione di un’importante giornata vuole stimolare la riflessione sulla conciliazione dei tempi di vita per la donna.

E’ il 2005 l’anno in cui con la legge 159 del 31 luglio, si istituisce la festa dei nonni, il 2 ottobre, come momento per celebrare l’importanza del ruolo svolto dai nonni all’interno delle famiglie e della società in generale.

E allora, oggi, qual è la condizione della famiglia italiana e quale ruolo svolgono i nonni? Secondo lo studio europeo Share  (Share: The Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe) del 2011, l’Italia è il paese dove il 33% dei nonni si prende cura quotidianamente dei nipoti, contro l’1,6% della Danimarca o il 2,9% della Svezia.

Ma siamo anche il paese dove, secondo l’Istat, l’età media è destinata a crescere. Nel 2015 gli over 65 sono il 22% della popolazione contro il 14% di giovani di età compresa tra 0 e 14 anni.

La maggiore presenza di anziani, benché possa rappresentare una risorsa per la cura dei bambini, espone soprattutto le donne a un impegno di cura gravoso e sempre più prolungato nel tempo, che può mettere a repentaglio percorsi lavorativi e scelte di vita, riflettendosi negativamente sul benessere individuale e familiare.

È infatti il dossier di Cittadinanza attiva a rilevare come, in Italia, lo Stato e i comuni non riescano a sostenere le famiglie nella cura dei figli soprattutto appena nati . La copertura degli asili nido, anche aggiungendo i servizi integrativi, rimane fortemente inadeguata. L’obiettivo fissato dall’Europa nel 2002, da raggiungere nel 2010, era pari al 33% ma ancora oggi l’Italia arriva a malapena alla metà.

E’ cresciuta la presenza delle donne nel mercato del lavoro, anche se il tasso di occupazione femminile In Italia è pari solo al 47%, nell’Unione Europea precediamo solo l’Ungheria e Malta. L’asilo nido è uno degli strumenti indispensabili per una coppia di lavoratori che non voglia rinunciare ad avere figli non avendo nonni a disposizione.

E allora lunga e sana vita ai nonni!!

Rispetto al 1998 cresce la quota di bambini di 3-10 anni che giocano con i genitori, con i nonni e con i coetanei. Emerge che mentre solamente il 18% circa dei nipoti non viene mai affidato ai nonni, il 31% lo è in modo intenso e sistematico e il 9% dei bambini passa con i nonni i periodi di vacanza, ed eventualmente viene accudito da loro anche in altre situazioni occasionali nel resto dell’anno.

Allora oggi abbiamo scelto di intervistare una donna, mamma di 3 figli e nonna del network, impegnata nella cura e assistenza quotidiana di 7 nipoti e a Stefania chiediamo:

Come vivi il tuo ruolo di nonna?

Tra pochi giorni compirò 70 anni e sono già nonna da dodici. Adoro stare con i miei nipoti anche se il maggiore senso di responsabilità che ho verso di loro rispetto a quello che avevo nei confronti di miei figli fa sì che sia sempre un po’ più vigile e attenta, e questo mi toglie un po’ di serenità, cerco comunque sempre di giocare con i più piccoli di portarli al parco, con i grandi invece rivesto il ruolo di accompagnatrice, di autista , di insegnante ma anche di loro confidente. Ascoltare le loro piccole preoccupazioni, partecipare alle loro gioie mi da una spensieratezza e felicità che poi mi caricano per affrontare i momenti meno belli della vita. Certo in alcuni momenti dovendo anche assolvere al ruolo di compagna arrivo a sera un po’ stanca e non proprio con tutta l’energia necessaria a concludere la giornata…….inforco però i più rassicuranti dei sorrisi e subito eccomi donna del proprio compagno

Come ti dedichi e organizzi il tuo tempo tra tanti nipoti?

Ho stabilito una tabella di marcia; con le mie figlie abbiamo deciso in quali giorni prendere chi e cerchiamo il più possibile di rispettare questo calendario,Per me ho sempre libero il fine settimana e tranne emergenze (febbri, assenze da scuola) tutte le mattine

I nipoti trascorrono le vacanze con te?

Si ,da quando chiudono le scuole, vista l’insufficienza di corsi estivi alternativi , devo essere a disposizione dei nipoti . Se le famiglie sono numerose (almeno due figli) come nel mio caso non sempre c’è la possibilità economica per iscriverli ad attività ricreative estive.

Vivi in una metropoli, Roma, quali sono i servizi che la tua città offre per i bambini?

Pochi e di solito non bene organizzati .Solo alcuni ma in questo caso molto cari offrono alternative più valide sia da un punto di vista didattico che organizzativo

Pensi che i comuni e lo Stato sostengano la rete familiare?

Assolutamente no l’unica eccezione la fa alcune volte la Parrocchia

Come donna come hai vissuto la condizione di mamma?

Bene perchè facevo un lavoro che mi permetteva di seguire i miei figli.

E di nonna?

E’ certamente un po’ più faticoso ma cerco di dare una mano ai miei figli proprio lì dove la scuola non è sufficiente.

Credi che oggi sia più semplice o più difficile per una donna conciliare i tempi professionali con quelli familiari?

Sicuramente molto più difficile ,la donna oggi deve necessariamente contribuire al mantenimento della famiglia , io ho continuato a lavorare pur con tre figli perchè mi potevo permettere di avere un aiuto in casa e il mio stipendio non sarebbe stato indispensabile se non avssi potuto lavorare.

Cosa pensi, se lo pensi, di aver sacrificato della tua vita per i figli prima e i nipoti poi?

Sacrificato nulla perchè mi riempiono la vita, poi ad una riflessione più attenta direi che ho sacrificato molto della carriera e degli interessi ; ma questo penso sia di tutte le donne.

Hai avuto modo di sentire il dibattito sulla campagna del Ministero della Salute sulla fertilità, cosa consiglieresti alle istituzioni per favorire la natalità e sostenere il welfare familiare?

E’ inutile dire che sono assolutamente insufficienti le strutture di sostegno alle giovani coppie, mancano asili nido, periodi di sospensione dal lavoro per madri e padri dico padri lavoratori, senza che questo venga penalizzato.

Grazie Stefania, grazie a tutti i nonni che ogni giorno contribuiscono al sostegno della famiglia!

Stay tuned!

 

#paroladimamma 2.0, domenica 8 maggio vi aspettiamo da ILoveMum

iLoveMum-logo
ILoveMum

Care mamme, cari genitori,

quest’anno abbiamo scelto un programma inedito per festeggiare tutte le mamme, #paroladimamma 2.0.

Domenica 8 maggio, a Roma, trastevere, Via San Francesco di Sales, 1, nell’incantevole cornice della Casa Internazionale delle donne, I Love Mum accoglie mamme e famiglie per trascorrere insieme una giornata all’insegna della condivisione e della creatività.

A partire dalle 10 e 30, mamme professioniste si confrontano sui temi più caldi della maternità e sulle nuove sfide della genitorialità, per sensibilizzare le istituzioni all’acquisizione di nuovi modelli di welfare.

Quattro mamme blogger hanno individuato 4 temi di discussione e allora:

Come essere felici, come crescere in una comunità virtuale e reale, come costruire i nuovi modelli di famiglia e educare la generazione digitale, saranno alcuni degli argomenti affrontati durante la giornata.

Il risultato di questo incontro darà vita ad un documento programmatico che verrà presentato a tutte le istituzioni locali.

#paroladimamma 2.0 è un’occasione per fare rete virtualmente e localmente, per condividere opinioni e suggerimenti sui molteplici modi di essere mamma mentre i figli si divertono con i laboratori creativi.

Vi aspettiamo, a seguire è previsto il brunch, scarica qui il programma della giornata!

 

 

Terapia occupazionale per i bambini, la conoscete?

La Terapia Occupazionale per i bambini, intervista alla dott.ssa Martina Ficcadenti, sull’opportunità del recupero delle disabilità attraverso la terapia occupazionale.

Intervista a cura di Serena Baldassarre a Martina Ficcadenti martinaficcadenti

terapia occupazionale

La Terapia Occupazionale per i bambini. La conoscete?

Con questa intervista alla dott.ssa Martina Ficcadenti, terapista occupazionale, apriamo il discorso su di un nuovo ambito di trattamento delle difficoltà di crescita e adattamento dei bambini: la terapia occupazionale.

Che cos’è ed in quali casi si ricorre alla terapia occupazionale per i bambini?

NelI’età evolutiva, i bambini e i ragazzi che possono essere affetti da malattie fisiche e psichiche con disabilità temporanee e permanenti possono essere presi in cura dal Terapista Occupazionale. Con lui ci si pone l’obiettivo di sviluppare e migliorare la capacità d’agire del bambino nella sua vita quotidiana, favorendo e valorizzando i suoi interessi, in un processo graduale di inclusione nei suoi ambienti di vita: la casa, la famiglia, la scuola e anche nei vari contesti extrascolastici.

Che ruolo svolge, quindi, il Terapista Occupazionale?

Il terapista occupazionale lavora con i bambini, gli adolescenti e le loro famiglie, aiutandoli a costruire competenze che si sono “interrotte” a causa del trauma o della malattia, e consentendo così di fare le loro attività significative, con partecipazione personale. Le attività sono quelle quotidiane e possono quindi includere tutte quelle della crescita e dello sviluppo, ma anche l’alimentazione, il gioco, le abilità sociali, e l’istruzione. Il terapista occupazionale tratta anche i bisogni psicosociali dei bambini e dei giovani per fare in modo che diano significato alla loro vita quotidiana. In una parola, egli promuove la performance occupazionale, e si è rilevato, con gli studi, che il bambino che intraprende un percorso di Terapia Occupazionale già da molto piccolo, avrà maggiore possibilità di raggiungere, crescendo, un grado di autonomia alto.

Come lavora in concreto?

Il Terapista Occupazionale attua il proprio intervento riabilitativo anche modificando i fattori ambientali, fa consulenza su ortesi e ausili offrendo supporto, in una visione olistica, a scuola e/o in famiglia, promuovendo l’adattamento del bambino all’attività da svolgere per il superamento delle barriere attraverso le ADL (attività di vita quotidiana), le attività finalizzate di tipo psico-sociale. Inoltre agisce in équipe con altri specialisti (ad esempio il pediatra, l’ortopedico, il neurologo), può progettare e personalizzare l’uso di ausili per il movimento, può valutare l’accessibilità domiciliare e l’abbattimento delle barriere architettoniche, a fronte di specifiche disabilità del bambino. I Terapisti Occupazionali lavorano con un approccio centrato sulla persona e svolgono la loro pratica basata sulle evidenze scientifiche (evidence-based health care). Sono professionisti qualificati che trovano le soluzioni ai problemi quotidiani. La Terapia Occupazionale viene praticata in una vasta gamma di ambiti, compresi gli ospedali, i centri per la salute, il domicilio, i luoghi di lavoro, le scuole e le case di riposo.

Come si forma e si qualifica un terapista occupazionale? Questa professione è nuova in Italia?

La Terapia Occupazionale (T.O.) è una professione sanitaria della riabilitazione che promuove la salute e il benessere attraverso l’occupazione. Per occupazione si intende una qualsiasi attività, l’individuo svolga, che sia finalizzata e per lui significativa. La terapia occupazionale, utilizza le occupazioni come mezzo e scopo del trattamento riabilitativo di un paziente con disabilità fisiche o cognitive. Viene anche definita ergoterapia, cioè terapia mediante il lavoro. La sua nascita risale ai primi anni del ‘900, negli USA. Il primo ambito in cui esplose l’apprezzamento ed il bisogno di terapia occupazionale fu quello delle patologie mentali, in un periodo storico in cui ci si apriva a metodi di cura inclini alla partecipazione dei malati nel mondo reale, attraverso attività in cui dovevano impegnarsi e dalle quali spesso riuscivano a ricavare un qualche guadagno, se non addirittura un lavoro vero e proprio. Dopo la prima guerra mondiale, si creò un enorme bisogno di terapia occupazionale verso i molti reduci, che, per la grande richiesta, poteva essere fornita solo da personale preparato. Fu così che nacque l’AOTA nel 1917 con l’organizzazione di scuole specifiche per la formazione del terapista occupazionale, che diventò una vera e propria professione. Il Decreto del 17 gennaio 1997, n. 136, ne definisce il profilo professionale. Oggi la Terapia Occupazionale appartiene alla Classe di Laurea L/SNT2 “Professioni sanitarie della riabilitazione” con un corso di durata triennale. I laureati acquisiscono le basi per comprendere i fondamenti della fisiopatologia e della clinica applicati alle patologie fisiche e psichiche che si associano a disabilità e le basi metodologiche per poter collaborare al processo diagnostico e ai programmi terapeutici per prevenire o ostacolare le disabilità. Possono svolgere la loro attività professionale presso strutture assistenziali e sociosanitarie del Sistema Sanitario Nazionale e strutture sanitarie e riabilitative private. Il Corso di Laurea in Terapia Occupazionale è attivo in 8 Atenei italiani: 2 a Milano, 2 a Roma, 1 a Bologna, 1 a Padova, 1 a l’Aquila e 1 a Chieti.

terapia occupazionale per bimbi

ILoveMuM arriva a Trastevere il primo spazio di co-working dedicato alle mamme

E’ stato inaugurato questa mattina, a Roma, Trastevere, Via San Francesco di Sales, 1, nello spazio della Casa Internazionale delle Donne, Ilovemum, ambiente di lavoro condiviso e aperto a tutti con area babysitting. La soluzione low cost per conciliare lavoro e famiglia.

IMG_3375

Care mamme, cari genitori,

Oggi il network parla di città sostenibile, a portata di famiglia. E’ stato inaugurato questa mattina, a Roma, Trastevere, Via San Francesco di Sales, 1, nello spazio della Casa Internazionale delle Donne, Ilovemum, ambiente di lavoro condiviso e aperto a tutti con area babysitting. La soluzione low cost per conciliare lavoro e famiglia.

All’interno dell’area è possibile affittare postazioni personali, 10 in tutto, ad uso flessibile, dalle 10 alle 18, dal lunedì al venerdì, su prenotazione, con armadietto, wireless, stampante, scanner, servizio di segreteria e usufruire di una sala riunioni, zona lounge e bar.

Mentre i genitori lavorano, i bimbi hanno a disposizione il nido e il playground, con diverse soluzioni flessibili personalizzate, in orario d’ufficio o extra orario, solo su prenotazione, a cura dell’Associazione Non Solo baby sitter e dell’Associazione Azucar dolcemente insieme.

Il progetto nasce nel 2014 da un’idea di Eva Barrera Meazzini e Serena Cinquegrana e da un team tutto al femminile composto da Chiara Graziani, Executive Director, Joelle Caimi, Relazioni Istituzionali, Beatriz Gonzalez Camazon, Eventi, Chiara Vigliotti, Press & Web, Eva Milella, Comunicazione & PR, protagonista delle imperdibili vicissitudini di Malamamma, Elena Biondi, Coordinamento Babysitter, Chiara Alessandrini, Babysitter, Gaia Tombolini, Babysitter.

Ad accoglierci questa mattina è proprio lei, Eva Barrera, da anni sul fronte della cultura e della promozione sociale, splendida giovane mamma, che spiega come l’obiettivo di Ilovemum sia quello di offrire ai neo-genitori l’opportunità di non abbandonare le ambizioni lavorative e alle donne di conciliare lavoro e famiglia.

L’iniziativa è rivolta in particolare ai genitori dei bambini di età compresa tra i 3 mesi e i 3 anni, la fascia meno coperta dai servizi sociali, spiega la fondatrice. Mentre Chiara Graziani ci spiega come lo spazio sia stato individuato dalle promotrici del progetto per valorizzare i luoghi “sostenibili” della nostra città, adeguandoli a stili di vita innovativi secondo la formula sharing is caring.

Il progetto ha ricevuto il sostegno della Regione Lazio, promosso dall’Associazione di Promozione Sociale Female Cut, da anni attiva con successo sul territorio nell’organizzazione di eventi e nella valorizzazione della creatività e del lavoro al femminile, ha come partner, Azùcar dolcemente insieme , Non Solo Babysitter, La casa internazionale delle donne, l’associazione Il Cortile e C.O.R.A. Roma Onlus.

Hanno partecipato all’inaugurazione anche i rappresentanti del I Municipio tra cui Iside Castagnola, Presidente della Commissione Tutela dei Diritti del I Municipio, che sostiene questa iniziativa di social business e promozione della parità di genere.

Sul sito Ilovemum è possibile trovare tutte le informazioni sulle tariffe e le prenotazioni.

Per qualsiasi info scriveteci a rachele@mammaiutamamma.it

Stay Tuned!

IMG_3376
ILoveMum coworking e area baby care nel cuore di Roma
IMG_3377
Inaugurazione ILoveMum domenica 28 febbraio 2016 Roma
IMG_3380
Area baby care ILoveMum Via san Francesco di Sales, 1